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Migrazione di un sito: redirect, protocollo HTTPS e Page Rank

03.05.2018

Quando ci troviamo di fronte ad un nuovo progetto, ne valutiamo sempre l’entità, cioè il livello di complessità che implica la realizzazione del sito.

La complessità si riscontra, ad esempio, quando occorre pubblicare la nuova versione di un sito: in questo caso sono cruciali tutte le attività di “passaggio” dal vecchio sito al nuovo; tale passaggio è detto, in gergo tecnico, “migrazione”.

Obiettivo della “migrazione” è andare online con il nuovo sito in modo da influenzare significativamente la visibilità dello stesso sul motore di ricerca, conservare il traffico organico accumulato nel tempo e, se possibile, incrementarlo nel medio-lungo periodo.

La migrazione avanzata di un sito può prevedere modifiche sostanziali nella sua struttura, cambiandone contenuti, codice, prestazioni, alberatura di navigazione e fattori di UX.

In linea generale, ogni tipo di migrazione avanzata deve coinvolgere (a seconda del livello di “difficoltà” di progetto) vari tipi di professionisti: non solo sviluppatori e SEO Specialist ma anche Project Manager e Architetti dell’Informazione. Questo perché devono essere tenuti in considerazione svariati aspetti per ridurre tutti i tipici rischi in cui si può incappare durante il processo di migrazione: la perdita di traffico organico e il declassamento delle pagine meglio posizionate sul motore di ricerca è il più grave errore in cui si può incorrere. Per fare in modo che tali casistiche non accadano, occorre dunque “gestire” la migrazione.

Tipologie di migrazione

In Agenzia ci capita di trattare casi di migrazioni avanzate di siti. Qui elenchiamo le possibili tipologie :

  • Cambio di protocollo: un esempio classico è quando si esegue la migrazione da HTTP a HTTPS.
  • Cambio sottodominio o sottocartella: molto comune in progetti multi-site che prevedono siti tradotti in più lingue e destinati a mercati differenti (ad esempio, in un progetto SEO internazionale un'azienda decide di spostare uno o più ccTLD in sottodomini o sottocartelle)
  • Modifica del nome di dominio: generalmente si verifica quando un'azienda sta ridefinendo la sua stessa identità e, di conseguenza, sono in atto delle campagne marketing di rebranding. Ciò può comportare anche un cambiamento del dominio stesso dell’azienda.
  • Cambio del dominio di primo livello: ciò è comune quando un'impresa decide di dotarsi di siti web internazionali e deve passare da un ccTLD (Country Code Top Level Domain; dominio di primo livello del codice paese) a un gTLD (Generic Top Level Domain; dominio di primo livello generico) o viceversa, ad es. passando da .it a .com o passando da .com a .it e così via.
  • Cambiamenti nella struttura del sito: si tratta di modifiche all'architettura dell’informazione del sito che di solito influiscono sui suoi collegamenti interni, sulla UX e sulla struttura dell'URL.
  • Replatforming: questo è il caso in cui un sito web viene spostato da una piattaforma/CMS a un’altra, ad es. migrazione da WordPress a Magento o semplicemente l'aggiornamento all'ultima versione della piattaforma. Tale cambio può, in alcuni casi, comportare anche modifiche alla progettazione e agli URL a causa di limitazioni tecniche che si verificano spesso quando si cambia piattaforma.
  • Migrazioni di contenuti: le principali modifiche ai contenuti, come la loro riscrittura, approfondimento o casi di “accorpamento” e “cancellazione” possono avere un grande impatto sulla visibilità della ricerca organica di un sito. Queste modifiche possono spesso influire sulla tassonomia del sito, sulla navigazione e sui collegamenti link interni.
  • Riprogettazione del sito: possono variare dai principali cambiamenti di design nel look & feel a un rinnovamento completo del sito web in ottica di posizionamento dei contenuti e cambiamenti nel codice sorgente.
  • Migrazioni ibride: in aggiunta a quanto sopra, ci sono diversi tipi di migrazione ibride che possono essere combinate praticamente in ogni modo possibile. Più modifiche vengono introdotte contemporaneamente maggiori sono la complessità e i rischi associati.

Quando si pianifica una migrazione, occorre che il SEO Specialist e il programmatore si mettano a tavolino e stabiliscano le “regole” per la migrazione stessa. Tali regole sono denominate “redirect”.

I redirect e il Page Rank

Il “redirect” è un comando che si effettua a livello di HTML e che consente di indirizzare tutti i visitatori di un sito ad un altro. Per gli utenti non c’è alcuna differenza nella navigazione (sempre che il nuovo sito non presenti dei contenuti palesemente in contrasto con gli altri), ma per il motore di ricerca invece la differenza esiste eccome.

Tra i redirect, quelli di tipo 301 sono denominati “re-indirizzamenti permanenti”; indicano che la destinazione, la chiamata al server, ha cambiato indirizzo in modo definitivo. Un esempio può essere quando cambia il dominio di primo livello da ilmiosito.it a ilmiosito.com oppure quando il sito cambia protocollo da http a https ecc.

La cosa più importante quando si effettuano dei redirect risiede tutta nel Page Rank, uno degli algoritmi utilizzati da Google per classificare i contenuti dei siti web. Il nuovo sito al quale saranno indirizzati gli utenti dopo la pubblicazione dovrebbe essere strutturato in modo tale da non perdere posizionamento, e quindi dovrebbe conservare il Page Rank accumulato negli anni. Il redirect 301 dovrebbe “trasferire” tutto il punteggio dal vecchio al nuovo sito.

Si dice sempre “dovrebbe” perché purtroppo non esiste una vera e propria documentazione ufficiale redatta da Google per descrivere al 100% il meccanismo di funzionamento del Page Rank. Molti dei SEO più famosi al mondo, tra cui Rand Fishkin (ex CEO di Moz), hanno più volte affermato che “il Page Rank non è e non può essere l’unico o il più importante fattore di posizionamento di un sito web”.

Ciò che è invece noto ha a che fare con il passaggio da http a https: nel febbraio 2016 John Mueller (Webmaster Trends Analyst di Google) ha affermato infatti che non esiste una perdita di Page Rank per i redirect verso siti che passano da protocollo HTTP a HTTPS, si tratta piuttosto del tentativo di Google di spingere i webmaster a dotarsi dei certificati.

La “migrazione” di un sito web può davvero essere molto complessa e si rende necessaria un’ottima gestione da parte degli operatori del settore a beneficio dell’utente, per poter navigare il nuovo sito “senza intoppi” e per permettere al sito stesso di conservare tutto il posizionamento cumulato nel tempo.

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